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Di: Marco Tunice di venerdì 19 Maggio 2017 14:41

Mente più il corpo o la mente?

Quanto conta l’elaborazione mentale nelle patologie dell’umore? A mio personale avviso, molto meno di quello che è opinione comune degli addetti ai lavori e della percezione generale…… e per elaborazione mentale intendo la capacità di agire mentalmente sui nostri disagi….. il punto focale è comprenderne l’origine e la strutturazione nel tempo.

Con gli esperimenti di Pavlov abbiamo visto come associando la ricompensa di cibo al suono di una campanella, dopo un certo periodo, i cani in esame, generavano una produzione salivare in contemporanea al suono e indipendentemente dalla presenza della ricompensa, di fatto, nel tempo si era generata una risposta automatica associata al suono.

Se nella sperimentazione si associavano non solo esperienze positive… come la ricompensa… ma anche esperienze negative come…. una scarica elettrica…. il cane non era certo di cosa aspettarsi. In questo caso si sviluppavano delle vere e proprie nevrosi… nevrosi che…. anche in questo caso, dopo un certo periodo si generavano automaticamente al percepire del suono.

Parliamo di riflessi, di automatismi che dopo delle prime registrazioni con elaborazione anche dei centri superiori, successivamente si attivano istantaneamente senza possibilità di controllo volontario ma strettamente legati ad una percezione ambientale diventando parte di un bagaglio istintivo.

Quando allo stimolo sensoriale si associa la non certezza di un risultato gratificante si attivano in contemporanea sia l’automatismo “del fare” che un programma complementare di allerta/pericolo. La somma dei due programmi… il primo volto a compiere l’azione e il secondo teso a evitare il pericolo…. genera il disagio e limita l’efficacia dell’azione.

le patologie dell’umore sono il risultato di una “intossicazione” con esperienze negative, di obiettivi non raggiunti, di un corpo che è stato spinto oltre la capacità di adattamento. Nel corso dell’esistenza se alleniamo maggiormente il corpo con esperienze negative aumentiamo i riflessi automatici di difesa saturando l’organismo… a questo punto basterà un niente a generare in automatico reazioni di allerta come le crisi di panico.

Ma non si tratta solo di questo, i nostri sensori si attivano continuamente per darci informazioni di benessere o di malfunzionamento del nostro corpo….. si tratta di percezioni della postura piuttosto che di regolazione del metabolismo basale come ad esempio pressione, temperatura. Non ce ne accorgiamo ma le nostre centraline di regolazione del sistema nervoso vegetativo… assolutamente inconsce…. gestiscono una miriade di percezioni riguardanti il nostro assetto del momento. Ebbene questo complesso sistema di percezione può non essere perfettamente tarato per via di caratteristiche genetiche piuttosto che di traumi di varia natura come stati infiammatori prolungati.

Spesso ci ritroviamo a parlare di persone estremamente “ipersensibili” in termini di emotività prettamente caratteriale o psichica…. ma è effettivamente così oppure si tratta di una sensibilità molto più corporea che mentale.…. Se soffro di un’infiammazione articolare diffusa perchè il mio sistema di rigenerazione è in deficit il mio umore non sarà dei migliori perchè dalla periferia mi arrivano informazioni che qualcosa non va, in questi casi mi ritrovo molto labile anche emotivamente.

In pratica, intendo sottolineare come la condizione corporea dell’individuo determini buona parte del suo stato mentale…. maggiori sono le informazioni positive che arrivano dalla periferia maggiore sarà la probabilità che il suo umore sia ottimo o comunque fiducioso, pronto ad affrontare le difficoltà. Di contro se in qualche maniera la nostra salute è deficitaria, maggiori saranno le informazioni negative e maggiori saranno i programmi di allerta attivati.

Quando si analizza un ansioso cronico dal punto di vista fisiologico solitamente troviamo un organismo con parametri nella norma e si cede alla minimizzazione del problema con un classico è tutto nella testa… ma questo perchè lo analizziamo sulla base delle reazioni di difesa del momento…. perdendo di vista le radici del problema.… così come una forte difficoltà respiratoria è si innescata da un polline ma ha le sue radici nella alterazione del sistema immunitario….un attacco di panico, ad esempio con tachicardia non è da ricondurre ad una disfunzionalità cardiaca ma affonda le sue radici in programmi di allerta neurovegetativi.

L’intero corpo può trovarsi in una condizione di allarme, per svariati motivi, non indagabili dai classici esami di routine, ad esempio un’infiammazione cronica della mucosa intestinale (non rilevabile se non con esami specifici) è in grado di innescare uno stato di disagio generale interagendo con i recettori del nervo vago.

Perchè, se soffro di claustrofobia, pur avendo la consapevolezza che prendere l’ascensore… non è un pericolo… non riesco lo stesso a salirci? Perchè l’elaborazione mentale è una cosa e i programmi di allerta sono un’altra… nella gran parte delle situazioni il corpo (inteso nella sua reattività inconscia) è più forte della mente. Forzare questi programmi con l’ausilio del pensiero ha spesso il solo effetto di incamerare ulteriori percezioni negative oltre a non approfondirne l’origine.

Il mio personale paragone tra ansioso e allergico è un evidenziare come stimoli innocui in persone “sensibilizzate” provochino risposte inadeguate e come questa sensibilizzazione possa essere frutto sia di esperienze negative (incamerate sotto forma di programmi difensivi) che di percezione di problematiche fisiologiche non visibili con i normali controlli. Il mondo, a mio avviso, è pieno di persone catalogate come ansiose, depresse o ipocondriache semplicemente perchè non si è trovata la causa fisiologica del disagio.

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